Prometeo

(Note di regia)


Macigni desolati, nella Scizia polare. E' l'orlo del mondo. Sulla scena è Prometeo, gigante marmoreo doloroso. E' carne come morta, tramutata nel sasso, nell'acciaio dei nodi. Ulula alto il suo male e il peccato : il dono furtivo del fuoco all'uomo, amato più degli dei del suo sangue. Nel duetto con le Oceanine, figlie di Oceano, Prometeo svela il nodo l'intrigo motore del dramma: Zeus è ora dittatore, ma il suo trono vacilla, una mano è in agguato a strappargli il potere. Solo Prometeo, il Presago, conosce il segreto che lo può salvare, ma non lo chiarirà finchè il despota non lo avrà sciolto dai ceppi. E' qui la cellula tragica in questo assurdo urto tra un vinto, che cela l'arma del suo riscatto, e un vincitore minato da un rischioso, insondabile domani. Zeus manda Ermes, suo messaggero, con l'ordine a Prometeo di parlare e la minaccia, altrimenti, di precipitare in un abisso di fiamme. L'eroe non cede e il dramma si chiude con la scomparsa di Prometeo nel nero Tartaro, inghiottito dalla terra.

Prometeo : La tragedia attica per eccellenza, la grandiosità del mito trattato, il nucleo dal quale si è sviluppata tutta la drammaturgia greca del V secolo a.C. Del testo abbiamo deciso di "raccontare" il dramma portando in scena le nostre fobie e angosce. Un Prometeo-manichino-sfasciato e contaminato dall'uomo e dalla sua tecnologia. Non più la Moira, il Fato, Zeus contro gli uomini, ma i suoi opposti, la razionalità, l'assuefazione all'immagine, al rumore, al computer, alla disintegrazione del Dio pensante. Ecco che la scena sarà invasa da parti di oggetti "mostruosi" da rovine, tra cui si muoveranno personaggi ridotti a semplici corpi parlanti. A rendere possibile tutto questo le mostruosità moderne, appunto, i soli mezzi con i quali siamo in grado di comunicare.



 
 
    Gian Paolo Mai


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